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A San Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, si attribuisce il merito di aver codificato ed unificato il canto liturgico latino, che da lui prende il nome di canto gregoriano. Egli fa raccogliere i canti liturgici nell'Antiphonarium Cento, un grande libro legato con una catena d'oro all'altare di San Pietro. Il volume era a disposizione dei pellegrini in visita a Roma, e costituiva la fonte per la liturgia delle nuove comunità cristiane

Tutto ciò che si richiede agli strumenti è di sostenere la voce umana, accompagnandola e ripetendone la melodia. Serve perfettamente allo scopo l'organo, che tuttavia a volte finisce per sovrastare le voci dei cantori
Nei tre secoli che vanno dall' 800 al 1100 - da Carlo Magno alle Crociate - gradualmente al canto gregoriano consistente in un'unica linea melodica subentra la polifonia - costituita da un intreccio di linee melodiche che si producono e si ascoltano contemporaneamente - la cui prima descrizione teorica è contenuta in un trattato della fine del IX secolo intitolato Musica Enchiriadis. Il testo illustra la pratica dell'organum, una tecnica consistente nell'abbinare il canto gregoriano a una o più melodie che procedono parallelamente, nota contro nota. La polifonia conferisce alla musica europea il suo carattere distintivo, ma richiede anche una regola ed un sistema musicale preciso, che fissi una scala di toni esatta ed invariabile. Inoltre le armonie si fanno sempre più complicate e diventa quasi impossibile impararle a memoria. Si rende dunque indispensabile un metodo di scrittura musicale più efficace e dettagliato

Intorno all'anno mille un monaco benedettino, Guido d'Arezzo (991 ca. - 1033), prendendo in prestito i versi iniziali di dell'Inno a San Giovanni Ut Queant Laxis, dà il nome alla prime sei note musicali, riordinando e rendendo più precisa la trascrizione delle melodie:
Ut queant laxis
Resinare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
Sancte Johannes

Tra IX e XI secolo la musica liturgica influenza fortemente la produzione profana in lingua latina. Secondo una pratica assai comune detta contrafactum, la musica profana spesso si limita a riprendere le melodie sacre, sostituendo al testo religioso versi licenziosi o burleschi. Ne sono un celebre esempio i "Carmina Burana", raccolta di canti tedeschi del 1230.
Accanto a questa produzione si afferma la lirica cortese in lingua volgare, che canta l'amore di un cavaliere per una dama, amore spesso illecito, passionale e travolgente. La fioritura di tale repertorio comporta una promozione sul piano pubblico di menestrelli, trovatori e jongleurs. Questi costituiscono una realtà quanto mai eterogenea per livello artistico ed estrazione sociale: si va dal giocoliere di strada al raffinato e poeta-musicista di corte
Se fino all'XI secolo tutti questi artisti sono girovaghi, gradualmente iniziano sempre più spesso a dimorare stabilmente presso corti e città. I menestrelli declamano le loro canzoni accompagnandosi con vari strumenti, che si limitano a ripetere l'intonazione della voce, esattamente come avviene in chiesa. Tra i più comuni, anche per la loro facile trasportabilità, troviamo la viella ad arco ed una forma arcaica di ghironda, azionata da due suonatori.
Diffuso fin dal IX secolo è il liuto - una derivazione dell'ud arabo - originario dell'Oriente come gran parte degli strumenti in uso nel Medioevo. Le sue corde possono essere pizzicate con un plettro o con le dita, ed è tanto leggero e delicato da vibrare al suono della voce.
Dall'Oriente arriva anche l'arpa, massicciamente diffusa in Inghilterra ed Irlanda, tanto che una raccolta di leggi gallesi recita che: "tre cose sono necessarie a un uomo: una moglie virtuosa, un cuscino sulla sua sedia e un'arpa ben accordata". Il suo nome deriva probabilmente dalla radice indoeuropea "harp", che significa piluccare, pizzicare, dal modo in cui le dita dell'esecutore sfiorano le corde. Tra gli strumenti è quello che detiene senz'altro il rango più prestigioso: la suonano aristocratici e cavalieri, nobili e re.
Le composizioni iniziano anche a prevedere parti esclusivamente strumentali, una novità assoluta per l'epoca. E' il segno che, poco a poco, la musica inizia ad affermarsi come arte indipendente. Questo processo si protrae nel Rinascimento, favorito dal mecenatismo di re, principi ed ecclesiastici, che si circondano di artisti, letterati ed intellettuali per affermare il prestigio e la superiorità della propria corte. Musicisti e cantori occupano ancora una posizione sociale di gran luna inferiore rispetto agli altri artisti, ma traggono comunque notevoli benefici dalla protezione di Sovrani e Signori, che commissionano la composizione di brani e canti. La musica è infatti una presenza indispensabile nelle corti rinascimentali: si suona alle feste, durante i balli, durante le chiassose celebrazioni popolari.
I clima di creazione, di fioritura rigogliosa che investe tutte le arti, dalla pittura, all'architettura, alla poesia, investe anche la musica, rinnovandone modi e forme e si prolunga anche nel '500, quando l'ascesa della musica tra le discipline artistiche si affermerà in modo deciso e definitivo.
L'uomo del Medioevo vive di contrasti: luce ed ombra, peccato e redenzione, saggezza e follia. La Ruota della Fortuna gira incessantemente, trascinando potenti e straccioni nella sua vertigine.Accanto alle cronache e ai documenti ufficiali, molte voci si levano a testimoniare il pathos di un'epoca: grida di santi, canti di trovatori, trovieri e Minnesänger, musiche di giullari, liriche di chierici vaganti, animano la scena di un arazzo o di un affresco a tinte forti, denso di amori e odio, disperazione e fede, passionale e carnale anche nell'ascesi religiosa.
Dai documenti del Medioevo ci viene incontro un’umanità viaggiante, ad onta dell’attaccamento al territorio, al campo, al feudo, della voglia d’essere stanziali.L’origine nomade si risveglia di continuo nell’uomo medioevale, per necessità economica, curiosità, spirito d’avventura, devozione. E l’homo viator non viaggia da solo: si fa accompagnare da musiche, danze, narrazioni e canti, che scambia e condivide con i popoli e gli individui che incontra, in un percorso fecondo di simbiosi e confronti.I pellegrini attraversano le stazioni di una topografia mistica, che simboleggia il cammino dell’anima e ne prefigura gli esiti.
Nei primi secoli del medioevo artisti ambulanti giravano nelle piazze dei paesi per offrire alla gente del luogo i loro spettacoli. Questi artisti, chiamati “giullari” o “menestrelli”, erano ben accolti anche nei castelli dove venivano invitati per allietare le feste di corte. Erano cantori, abili suonatori, danzatori, acrobati e buffoni. Spesso provenivano da luoghi lontani ed erano a conoscenza di avvenimenti che potevano suscitare curiosità ed interesse. In un mondo privo ancora di mezzi di informazione essi costituivano un’insostituibile fonte di notizie e, in un certo senso, anche di cultura
I Menestrelli andavano narrando per contrade e villaggi storie leggendarie, evocando con il canto un mondo favoloso caro alla fantasia popolare
Attorno all’anno Mille si assiste ad un generale risveglio di civiltà. La vita esce dal mondo chiuso del feudo e anima le città che diventano centri di produzioni e di commercio. L’arte e la cultura trovano nuove vie di sviluppo.Nella Francia del Sud (in Provenza) a partire dal XII secolo nasce una nuova figura di poeta-musicista: il trovatore. I trovatori erano per lo più di origine nobile e amavano dilettarsi nella poesia e nella musica componendo versi e a volte anche la melodia sulla quale cantarli. Essi frequentavano le corti aristocratiche dedicando la loro arte soprattutto alle signore. Alla nobile dama il trovatore si dichiarava fedele servo: l’amore devoto e un po’astratto era infatti l’argomento principale delle sue canzoni. Egli si esprimeva nella lingua d’Oc, una lingua romanza (derivata dal latino) ancora oggi in uso presso le popolazioni occitane
Con il sorgere della civiltà comunale, nelle città i costumi si erano evoluti ed erano cambiate le abitudini e il modo di vivere. Accanto ai valori dello spirito acquistavano ora maggior importanza anche i valori terreni, le cose di questo mondo. Si aprono scuole e università che favoriscono il diffondersi della cultura al di fuori dell’ambiente della Chiesa. Nell’ambiente universitario nasce un genere di musica particolarmente scanzonato e irriverente: i canti goliardici. Gli autori di questi canti erano i “clerici vagantes”, giovani studenti che si spostava noda una scuola all’altra attratti dalla fama di un grande maestro o dal desiderio di avventura e novità.Di questi canti sono giunti fino a noi pochi esempi, i più celebri dei quali sono i “Carmina Burana”I Carmina Burana risalgono alla prima metà del XIII secolo. Sono stati tramandati in un manoscritto rinvenuto nel 1803 presso il monastero benedettino tedesco di Benediktbeuren (il nome carmina burana significa infatti “Canti di Beuren”).Questi canti, scritti in un buffo latino mescolato con la lingua volgare, hanno contenuti e caratteri diversi. Esaltano la passione amorosa, il vino e il divertimento in genere e spesso ironizzano, anche in modo blasfemo, sui temi religiosi

Nei primi secoli del cristianesimo gli strumenti musicali erano stati vietati nella musica sacra. Essi non erano ritenuti degni di essere usati per accompagnare i canti religiosi, che dovevano essere eseguiti dalle sole voci.